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FRIDA: UNA MADRE


Frida è una giovane simil breton di ormai quasi due anni. Fu trovata appena nata in un cassonetto della spazzatura, chiusa dentro un sacchetto insieme al suo cordone ombelicale (ancora attaccato) e ad altri fratellini nelle stesse condizioni. Alcuni erano vivi, altri già morti. Così Frida è stata portata in un allevamento, dove una mamma adottiva -che veniva portata dai cuccioli nelle ore dei pasti- si è occupata di nutrire lei e gli altri sopravvissuti. Dopo 40 giorni Frida è stata scelta dalla sua umana e portata a casa. Quando ho incontrato Frida per la prima volta lei era già adulta, ma nonostante questo mi sono fermata a chiedermi:

Quanto dolore si può sperimentare in 40 giorni di vita? Quanta sofferenza fisica e psicologica? Quanta solitudine, quanto freddo, quanto abbandono, quanta paura di morire?

Solo Frida e gli altri come lei lo sanno. Solo i fortunati che sono sopravvissuti lo sanno, anche se nella loro anima calpestata resta per sempre l'impronta di quel primo impatto col mondo, che ha subito provato a schiacciarli col suo peso metallico, freddo e mortale. Durante la nostra prima lezione di recupero cognitivo-comportamentale Frida (o meglio, l'involucro fisico di Frida: quel corpicino tremante a metà strada tra un breton, un border collie e un levriero) è rimasta per 45 minuti nascosta immobile dentro un cespuglio, terrorizzata dall'ambiente nuovo in cui si trovava. Sono sicura che la sua mente invece fosse in viaggio astrale sulle vette innevate del Nepal, o comunque molto lontano dal prato dove eravamo io e la sua umana. Sì, perché Frida era così: temeva i rumori, gli ambienti nuovi, le persone, gli oggetti appoggiati per terra e i mezzi di trasporto, e quando si spaventava per uno di questi stimoli (cioè ad ogni uscita da casa) chiudeva tutti i contatti col mondo, spegneva il cervello e cominciava a correre per nascondersi.

Poco importava se era libera sulla spiaggia o in passeggiata al guinzaglio con la sua umana: nel momento in cui la paura prendeva il sopravvento, lei non sapeva neanche dov'era. Pensava solo a mettersi in salvo.

Ora: un quadro del genere avrebbe scoraggiato tanti. Ma non Alessandra, che per Frida si è fatta coraggio e si è messa a lavorare duramente sul riconoscimento e la gestione delle emozioni (proprie e del suo cane), con una forza e una determinazione di quelle che di solito si vedono solo nei film e raramente nella vita reale. La sua umana ha guardato prima di tutto le proprie debolezze e paure, per poi arrivare in punta di piedi accanto a Frida, che a quel punto, sentendosi capita e ascoltata, le ha permesso di curare le antiche ferite emotive dovute al distacco prematuro dalla mamma, di aiutarla ad elaborare e superare i traumi infantili e di fornirle la base sicura che non aveva mai avuto. La sua umana si è trasformata in una guida solida e capace alla quale Frida potesse appoggiarsi per affrontare le sfide del mondo. Prima insieme. Poi, piano piano, anche da sola, guardando indietro solo qualche volta. Probabilmente adesso, mentre sto scrivendo, Alessandra e Frida sono a correre sulla spiaggia di Levanto. Frida forse sta andando avanti da sola, a sollevare gli spruzzi del mare in mezzo ai turisti e forse Alessandra le sta sorridendo. Adesso Frida non cerca più più di scappare a nascondersi dal mondo. Forse perché sente di avere finalmente accanto quello che le è stato prepotentemente strappato quando ne aveva un disperato bisogno e che invece avrebbe dovuto essere suo di diritto: una madre.


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